Bicycle Wheel

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   Era da tempo che volevo andare a vederlo e oggi pomeriggio ci sono andato. Mi sono vestito elegante, come mia nonna mi ha insegnato perché mi diceva essere una forma di sacrale rispetto da portare verso ciò che avremo di fronte, e mi sono recato al museo Henriquez di Trieste alle 17.30.

   Gli Arearea mettono in scena “Ruedis – Ruote di confine” spettacolo di danza che respira l’aria della prima guerra mondiale.

   Di tutte le cose a cui ho assistito su questa interminabile epopea della prima guerra mandiale è davvero la più intelligente. Non ho di proposito usato aggettivi come bello, brutto, allegro, elegante, coinvolgente… no, è proprio intelligente.

   I miei più sentiti complimenti vanno alla compagnia tutta e naturalmente alla coreografa dello spettacolo

Marta Bevilacqua

che ha sapientemente driblato tra cannoni, ready-made, bombe e colori. Quindi se lo incontrate lungo il vostro cammino, andatelo a vedere, è una meravigliosa macchia di colore in mezzo alla guerra.

   La danza credo abbia un grande potere in questo momento, quello cioè di non usare la parola. Dico in questo momento perché attraversiamo un periodo in cui la

parola

ha perso completamente il suo peso e il suo valore. Tutti a parole sono grandi eroi, grandi politici, grandi pensatori e grandi artisti ma intimamente sappiamo quale sia la falsità che si nasconde dietro a molte delle parole che quotidianamente siamo costretti ad ascoltare.  Per chi come me ha sempre amato e conosciuto l’incapacità di mentire del corpo dell’essere umano è stato davvero un godimento ascoltare questi corpi danzare sugli echi della guerra.

   Non poter disporre della menzogna insita nella parola è la ricchezza della danza in questo momento.

   Ma veniamo alle

note dolenti

. Sono davvero rammaricato che la mia città, tutta, abbia riservato a questi danzatori un luogo sperduto, un luogo irraggiungibile, un luogo ai più sconosciuto e un luogo con l’asfalto tutto rotto su cui i danzatori si sono sbucciati le ginocchia. Vorrei vedere questo spettacolo in Piazza Unità d’Italia, a San Giusto, nel porto vecchio sul palco grande del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e in tutti i luoghi meravogliosi che questa città offre e che sarebbero stati uno scenario incantevole per questo spettacolo che andava fatto vedere a tutti, ma proprio a tutti e non alle 47 persone che c’erano oggi. Continuo a sognare una città in grado di valorizzare davvero tutto quello che sappiamo fare di intelligente in questa regione.

   Altra nota dolente Roberto Cocconi che, conoscendolo, è stato lui a non resistere e ad attaccare sul manubrio di una bicicletta una piccola telecamera di una nota marca per riprendere lo spettacolo da un punto di vista a dir poco originale.

   Caro Roberto, almeno abbi l’accortezza di entrare nel menù di quella telecamera e selezionare l’opzione di spegnere la luce rossa che indica che la registrazione è in corso.

  Vi voglio Bene Arearea,

Davvero.

   Luca Quaia

Ricordi…

Giorgio_Gaber_1969In uno dei miei rari momenti di lucidità ho avuto un’illuminazione così folgorante che lì per lì mi ha spaventato: la libertà mi fa male, anzi malissimo.
Come mi piaceva la mia mamma quando mi diceva: “Guai a te!”. Stupenda. E la maestra quando mi bacchettava le mani STOK! STOK!… certe nocche!
Eh, purtroppo quelle maestre lì non ci sono più e i bambini crescono con le mani belle lisce… ma deficienti!
Purtroppo anch’io, ormai da tempo, non ho nessuno che mi dica cosa “devo” fare. Posso fare quello che voglio. Sono rovinato. Perché è solo nella costrizione che si aguzza l’ingegno.
Mi spiego meglio. Un uomo in catene sa benissimo quello che vuole: vuole togliersi le catene. E allora lotta, ringhia, si dibatte, tende i suoi nervi, tira fuori tutta la sua energia e… SPRAAACK! Libero! “Sono libero, sono libero, sono libero!… sono libero!…” Oddio, come sono libero. E pian piano i muscoli della sua faccia si rilassano, si afflosciano, lasciando intravedere i chiari sintomi di una tristezza progressiva e infinita. Dopo un po’… ingrassa, anche.
Ma è chiaro: è la lotta per la libertà che fa bene. La libertà fa malissimo. A tutti.
Ma i danni maggiori si riscontrano e risultano più evidenti negli spiriti creativi, negli artisti, nei liberi pensatori.
Alt! Qui ci vuole la censura. Sì, un bel censore o addirittura, non mi vergogno a dirlo, un dittatore. Qualcuno che ci dica cosa dobbiamo fare e cosa non dobbiamo fare.
Sì, ma chi?
La mia maestra. La mia maestra, va lì da uno e… STOK! STOK! sulle dita. “Basta, sei un negato, non devi più scrivere”. “Ma come non devo più scrivere, che libertà é questa? Io vado in America!” Bene. E così ci liberiamo di qualche cretino.
Siamo talmente preoccupati per il sopruso fatto su un singolo individuo che non ci preoccupiamo affatto per il sopruso che subiscono tutti gli altri individui costretti a sorbirsi una valanga di cazzate.
Se qualcuno mi domandasse se sia meglio una società repressiva dove un genio venga isolato e considerato un imbecille pericoloso, o una società libera dove qualsiasi imbecille pericoloso possa diventare un genio… non avrei dubbi, sceglierei sicuramente la seconda.
Ma con un po’ di preoccupazione. Perché se abbiamo già sperimentato quanto faccia male una dittatura militare, non sappiamo ancora quanto possa far male la dittatura della stupidità.

Tutta colpa loro.

Francia. Ho letto, sentito e ascoltato centinaia di commenti e riflessioni su quello che è appena accaduto e che forse sta ancora accadendo. In tutto questo mare di parole di grandi personaggi politici, non ho sentito nessuno, e dico nessuno, mettere, per un solo istante, in discussione se stesso. Invece l’unica cosa che ronza a me per la testa è che noi, società chiamata civile stiamo proprio sbagliando qualcosa.

Siamo tutti profughi

Non sempre i media sembrano avere un’intensa riflessione su ciò che pubblicano. Ma le immagini a volte fanno e raccontano la storia. Chiunque non veda in questa immagine le responsabilità della società chiamata civile si sta nascondendo e sostenendo che esistono uomini di serie a e di serie b.

Credo solo in un modo di vivere: Chi ha deve aiutare chi non ha.

Fuori dalla realtà

Ma perché in questa estate 2015 va così di moda parlare di giovani che si drogano? Mi chiedo spesso in base a cosa tutti i media si dedichino così assiduamente ad un tema che fino al giorno prima non esisteva. Fino a ieri non succedevano esattamente le stesse cose?

E ora? cosa cambierà?

“Sniffatevi un po’ di realtà, vedrete che sballo.”

#droga #luca quaia

Accordi Tra Religioni

Ci sono dei momenti in cui bisognerebbe accorgersi della possibilità del cambiamento… (e ovviamente aprofittarne)

Questa foto è del mio primo libro “Le nuove solitudini” e si intitola “Accordi tra religioni”

Grazie Grecia.