NON CREDO AI CONFINI

Sarà che sono nato su un confine, sarà che fin da bambino osservavo quella sbarra bianca e rossa che ci separava da un altro mondo e sarà che quando oltrepassavo finalmente quel confine mi accorgevo che l’essere umano non cambiava poi così tanto.
No, non credo ai confini. Non credo ai confini che arbitrariamente l’uomo pone nel vivere imponendoli a tutti.
Abbiamo, da lungo tempo ormai, impostato una società basata sulla specificità e, non contenti, costruito il culto del sapere specialistico. Tanto per capirci, se c’è un problema medico viene affrontato solo ed esclusivamente dai medici. Questo modo di operare ci ha portati, nostro malgrado, a creare una società estremamente rigida in cui anche il più piccolo cambiamento nel modo di vivere è diventato impraticabile. Il nostro sistema non sopporta neanche una minima oscillazione. Figuriamoci un terremoto. Lo si può tranquillamente osservare in questa tanto ben raccontata pandemia.
Credo proprio che l’unica soluzione sia abbandonare molte cose che ci sono state così care e che ci hanno costruito queste nostre finte certezze.
Io sono un teatrante. Sono nato teatrante. E molto probabilmente morirò teatrante.
Molti sono stati i pensieri e le riflessioni di questo periodo in cui mi sono sentito zittito.
Credo che il teatro continui ad essere uno di quei pochi luoghi in cui si entra per andare a sentire una persona che ha qualcosa da dire, una storia da raccontare che necessariamente ha a che fare con la vita e con le domande che ci poniamo sulla nostra esistenza.
Quello che mi manca di più sono i pensieri liberi, autonomi e, chiusi i teatri fatico proprio a trovarli. Mi manca anche il buio della notte che mi avete tolto. Me l’avete portata via, la notte, luogo in cui regna il silenzio, in cui gli incontri tra gli esseri umani sono più morbidi e protetti dal frastuono e dalla frenesia del mondo contemporaneo.
Dico che non credo ai confini perché bisognerebbe cominciare ad abbatterli. Mi spaventa molto l’idea che nella nostra comunità, in una situazione del genere, si prendano delle decisioni e delle scelte sulla base dell’opinione di un solo tipo di scienziato. Mi sono interrogato continuamente su come si possa contrastare una pandemia sentendo solo il parere di alcuni medici e non sentendo il parere di antropologi, psichiatri, psicologi, agricoltori, poeti, filosofi e artisti.
Ci serve un’intelligenza nuova, che comprenda che l’uomo e quindi la natura non sono fatti a compartimenti stagni, non hanno i nostri confini. Il sapere non è la conoscenza di una serie di tecniche circoscritte, il sapere è il riuscire a leggere il funzionamento del mondo nella sua complessità.
Forse, oltre ad inoculare vaccini, dovremmo cominciare ad interrogarci veramente se questo modo di coltivare, questo modo di allevare, questo modo di vendere, questo modo di produrre, insomma, per farla breve, questo modello economico sia davvero sostenibile o se sta devastando il mondo che ci ospita.
Svuotare di senso la vita di mio nipote adolescente per impedire ai vecchi di morire è un problema di cui devono occuparsi i medici? Sì, lo so, affermazione cinica e schietta ma questo è quello che sta succedendo ad un adolescente. È un problema reale no? Esiste. Non possiamo più permetterci di guardare i problemi da una sola angolazione, da un solo punto di vista, tantomeno se il punto di vista è solo quello di salvare questa economia.

Cosa fare?

Facile: investire davvero su scuola e cultura e non sul continuare a produrre ciò che non ci serve più.
Ora che riaprite la scuola e i teatri non sosteneteli perché c’è stato un virus, sosteneteli per cambiare il nostro modo di vivere.
Ora che riaprite la scuola, apritela davvero ai ragazzi, pensate ad una scuola in cui i ragazzi possano starci quanto vogliono, fino a sera, o anche di notte, in libertà creandosi anche percorsi autonomi e collettivi. I giovani hanno bisogno di spazi in cui stare e vivere che non siano i centri commerciali o internet. Luoghi in cui vivere la vita vera, fare esperienze, sbagliare e innamorarsi. Storicamente in Italia abbiamo esempi di strutturazione della scuola che hanno fatto storia in tutto il mondo, come ad esempio le lezioni di Gianni Rodari. Riaprite le scuole alla vita vera.
Ora che riaprite i teatri non finanziateli perché c’è stato un virus, finanziateli perché credete davvero che l’arte sia una delle più alte forme dell’espressione umana. Perché la cultura è un luogo di ricerca tanto potente quanto la scienza.
Finanziate anche la scienza e non perché c’è stato un virus ricordandovi però che tutti questi saperi dell’uomo devono essere inseriti in un modello economico sostenibile, rispettoso ed equo che non può essere questo. Cambiamolo. È ora! Questo ci sta solo facendo del male.

Non credo ai confini perché scuola e cultura servono ad educare alle mutazioni del reale.
Non vedo l’ora di abbracciarvi.

Io voterò per…

Io voterò per…
Visto che si comincia a sentire odore di elezioni e che cominciano
ad arrivarmi e-mail politiche per ricordarmi quanto siano stati bravi i
partiti, ci tengo a precisare per chi voterò.
Essendo un inguaribile ottimista continuo a pensare che le cose
possano migliorare e a credere possibile un grande cambiamento per
fermare in tempo la dittatura del momento.
Sì, ho proprio usato la parola dittatura. La dittatura di questa
società è il profitto economico e chiunque non lo ammetta lo sta
facendo per convenienza.
In questa società tutto è orientato e deciso dal profitto
economico: la scuola, la cultura, la ricerca scientifica, la
salute, la medicina, la moda, il cibo, etc…
Tutte le decisioni prese sono sempre e solo misurate in termini di
profitto. È l’unico valore che oggi accettiamo, i numeri. Se una
cosa crea tanto profitto è buona altrimenti no. A volte,
addirittura, il profitto si maschera da audience, se una cosa fa
audience è buona, altrimenti no. L’equazione non cambia.
In nome del profitto stiamo devastando questo pianeta.
In nome del profitto stiamo devastando intere popolazioni.
In nome del profitto stiamo devastando la scienza.
In nome del profitto stiamo devastando la cultura.
In nome del profitto stiamo devastando l’arte.
In nome del profitto stiamo devastando il sapere degli uomini.
In nome del profitto stiamo devastando la medicina.
In nome del profitto abbiamo devastato la democrazia.
In nome del profitto stiamo devastando le famiglie.
In nome del profitto stiamo devastando il cibo e la buona cucina.
In nome del profitto stiamo devastando i rapporti tra le nazioni.
In nome del profitto stiamo devastando i rapporti tra le persone.
In nome del profitto stiamo devastando la natura.
In nome del profitto stiamo devastando il futuro delle nuove
generazioni.
In nome del profitto stiamo devastando una cosa che io amo molto
che si chiama libertà.
Voterò chi comincerà a prendere in considerazione l’idea che la
dinamica del profitto non può e non deve essere il motore di una
società. Nessuno per ora si occupa di tutto questo, anzi.
Quindi vi comunico fin da subito che potete evitare di scrivermi
per dirmi che il centrodestra è meglio del centrosinistra o
viceversa o che i cinque stelle sono un albergo migliore della
lega. Nessuno di questi partiti crede che il profitto sia una
questione da affrontare subito e seriamente.
Per quanto mi riguarda, credo sia la dittatura del presente.
Tanti saluti.
Luca Quaia

17 Anni fa…

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17
anni fa, circa, ho diretto questo servizio per una televisione. Ma si
sa, parlare di queste cose non fa audience. All’epoca non esistevano i
social network ma molte persone già intravvedevano il cambiamento
radicale che avrebbe portato il mondo di internet nelle nostre vite.

A distanza di tempo mi pare che le preoccupazioni espresse non siano andate lontano da ciò che sta accadendo.

La cosa che personalmente più mi impressiona in tutto questo è una spaventosa
superficializzazione del sapere che ha investito e coperto tutto e
tutti.

Riflessioni

 

RIFLESSIONI

Come mai l’immagine ha preso il sopravvento?
Come mai oggi possiamo fotografare con qualsiasi cosa?
A cosa serve immortalarci in ogni istante del nostro vivere?
A cosa serve dare in mano a tutti uno strumento per fotografare?
Queste sono solo alcune delle domande che ormai mi pongo ogni volta che prendo in mano una qualsiasi macchina fotografica.
Cercare di raccontare cosa sia la fotografia oggi è impresa non semplice e per nulla priva di insidie. Nel fare la regia di questo piccolo documentario
ho provato ad intervistare dei giovani cercando di non dimenticarmi che
la fotografia ha una storia e un passato glorioso da onorare.
Esattamente
come la società che ci circonda sono stato molto violento
nell’intervistare i giovani, gli ho puntato il sole in faccia che li
costringeva ad occhi strizzati, occhiali da sole o sguardi sfuggenti.
La luce mette in evidenza tutti i difetti, ma un viso segnato da una ruga ha più carattere”.

La
relazione con la fotografia è molto cambiata soprattutto negli ultimi
anni, per come è progredita tecnologicamente, per come è diventata
dominante rispetto alla parola, tutto ormai è immagine.
Ma quanto è pericoloso un progresso tecnologico se non è accompagnato da un progresso culturale?
Stiamo
parlando di diverse centinaia di milioni di fotografie che ogni giorno
vengono caricate sui vari social network, tutte sempre e solo
all’insegna dell’audience. Oggi è più importante salvare digitalmente le
situazioni della vita che viverle

Nel cercare
di riflettere su questa fotografia e questa società mi sono fatto
accompagnare da un’elegante signora che lavorava come ritoccatrice in
uno degli studi fotografici più prestigiosi della città di Trieste, e mi
ha fatto riflettere sul fatto che gli strumenti che ci sono su
photoshop per ritoccare le fotografie sono esattamente gli stessi che lei utilizzava su lastre e pellicole solo che, per farlo, sosteneva servisse avere un animo da artista.

Luca Quaia

 

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Percorso di CONSAPEVOLEZZA CORPOREA

PERCORSO
DI CONSAPEVOLEZZA CORPOREA

da
un’idea di Luca Quaia e Andrea Petrolli

PREMESSA

Questo percorso di consapevolezza
si propone di partire dal corpo per imparare a conoscerlo ed
osservarlo come parte integrante delle nostre emozioni e vissuti
personali e come strumento di relazione con il mondo. Sperimentare sé
stessi in contesti, relazioni, modalità e velocità
differenti offre la possibilità di conoscere e diventare consapevoli
del bagaglio emotivo e psicologico che ci struttura e che influenza i
nostri comportamenti ed atteggiamenti. Rallentare e
concentrarsi su sé stessi, sul momento presente e sulla propria
consapevolezza permette di recuperare quella relazione tra mente e
corpo e riavvicinare i nostri vissuti emotivi e psicologici con ciò
che siamo e viviamo tutti i giorni. Il nostro corpo comunica chi
siamo attraverso i nostri movimenti, le nostre posture e i nostri
modi di comunicare attraverso ogni senso che ci appartiene. Diventare
consapevoli del filtro con cui viviamo e vediamo il mondo è
fondamentale per imparare a distinguere ciò che siamo noi, da ciò
che sono gli altri e da ciò che proiettiamo sugli altri. Si inizia a
vedere il mondo e gli altri in relazione a sé, invece di vedere sé
in relazione agli altri.

Essere consapevoli del proprio
corpo e di tutto quello che comunichiamo attraverso i modi in cui ci
muoviamo, è un passaggio fondamentale per chi ha bisogno di
scegliere intenzionalmente cosa comunicare e in che modo
farlo.

Si propone e sperimenta anche un
nuovo strumento di conoscenza e crescita personale che integra il
percorso di consapevolezza. Attraverso la Terapia cranio-sacrale del
metodo Upledger si favorisce una maggior fluidità ed armonia del
corpo, dei movimenti, del sistema fasciale e della comunicazione
interpersonale su diversi livelli. É
uno strumento di profonda connessione con sé stessi attraverso una
relazione di supporto incondizionato e non giudicante, che sostiene e
facilita la persona riconoscendole il ruolo di protagonista nel
proprio percorso di crescita.

OBIETTIVI E
MODALITÀ

Conoscere
se stessi e gli altri attraverso il corpo ed il movimento.

Sperimentare
sé stessi in diversi contesti e relazioni.

Apprendere
nuovi strumenti osservativi per il movimento, il corpo e la
relazione con oggetti e persone.

Favorire
l’intelligenza emotiva attraverso l’integrazione della
sperimentazione corporea e delle esperienze vissute.

Scoprire
e conoscere il proprio corpo come mediatore delle relazioni e
strumento comunicativo.

Consapevolezza
delle modalità e dei canali comunicativi personali.

Sviluppare
e migliorare la coerenza di tutti i canali comunicativi.

Imparare
ad osservare sé stessi.

Favorire
la formazione del gruppo.

Utilizzare
videoriprese e audio registrazioni degli incontri con l’elaborazione
in gruppo. Si sposta il punto d’osservazione all’esterno e si
favorisce la consapevolezza personale assieme alla capacità di
osservare sé stessi.

Ampliare
la percezione di sé stessi su diversi livelli di profondità.
Favorire l’ascolto di sé con la Terapia Cranio-sacrale.

PROGRAMMA

Il programma si concentra e si
sviluppa nel lavoro sulla relazione con sé stessi, gli altri, gli
oggetti, lo spazio ed il tempo. Si approfondiscono queste
sperimentazioni con la Terapia Cranio-sacrale.

La scelta delle proposte e delle
attività verrà aggiornata e modificata in base al gruppo di
partecipanti e al percorso dei singoli e del gruppo.

Il programma generale è esposto
di seguito:

Sperimentazione libera e guidata
di movimenti nello spazio e nel tempo.

Sperimentazione corporea
nell’incontro con l’altro.

Sperimentazioni ad occhi bendati

Visione delle riprese fatte
durante gli incontri e condivisione

Lavoro personale
sull’aggressività e sulla consapevolezza delle dinamiche
legate alla rabbia propria e dell’altro.

Rielaborazione ed osservazione
del movimento attraverso le categorie psicomotorie.

Utilizzo della musica per
facilitare la modulazione tonica e posturale. La musica ed il ritmo
come strumento di espressione e relazione con i propri ritmi e con
l’altro.

Sperimentare la relazione con
oggetti diversi come teli, giornali, bastoni, palle.

Differenti modalità di
comunicazione con il corpo. (voce, corpo, mani, occhi)

Sperimentazione della Terapia
Cranio-sacrale sia come pazienti che come terapisti.

TERAPIA
CRANIO-SACRALE DEL METODO UPLEDGER

La Terapia cranio-sacrale è una
tecnica manuale non invasiva che utilizza abilità palpatorie e
manipolative del sistema fasciale per sciogliere tensioni strutturali
e funzionali e facilitare il processo riabilitativo della persona.
Questo approccio nasce dalle ricerche di osteopatia cranica, ampliato
dal dottor Upledger con aspetti più olistici della persona,
considerando anche come gli aspetti emotivi che viviamo influiscano
sul nostro stato di benessere fisico. E’ una tecnica che attraverso
il tocco e a partire dal corpo permette di rielaborare il proprio
vissuto emotivo. Il movimento cranio-sacrale è il luogo in cui corpo
e mente si incontrano
.

DOCENTI

Luca
Quaia, Regista. Facilitatore Cranio-sacrale Upledger.

Andrea
Petrolli, Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età
evolutiva. Facilitatrice Cranio-sacrale Upledger.

DANZA

Fotografia-2

 

Colgo al volo questa particolare occasione per ringraziare pubblicamente Daša
Grgič per il lavoro che da anni stiamo svolgendo assieme nel fantastico mondo della Danza.

L’occasione
è il primo premio al Festival Internacional de Videodanzaba Buenos
Aires con il video che, poco più in basso, potete vedere.

Ringrazio
Dasa per la totale fiducia che ha sempre avuto nel mio lavoro di
Regista, e per la possibilità di mettere tutta la mia dedizione in
questo mestiere.  Sono molto felice che sia un periodo in cui in molte
parti del mondo vinciamo dei premi e riconoscimenti o partecipiamo a
grandi festival con il nostro lavoro convinto come sono che la Danza sia
un linguaggio universale, un po’ come la musica, come la pittura.

Mi permetto solo di ricordare due esperienze straordinarie che mi hanno insegnato molto.

La
prima al festival di Carolyn Carlson alla Cartoucherie a Paris dove
abbiamo portato lo spettacolo BodyunTitled. In una location
straordinaria, una ex polveriera che è stata dedicata all’arte in cui si
avverte davvero cosa possa essere il concetto di residenza artistica.
C’era un pubblico eccezionale. Avevevamo 7 tecnici a disposizione e si
sono davvero fatti in quattro per noi. Alla fine dello spettacolo sono
venuti a stringermi la mano perché, secondo loro, avevamo fatto un
lavoro straordinario tutti assieme. Mi ha commosso vedere come tutti i
ruoli che sono indispensabili all’arte funzionassero a meraviglia.
Pazienza se alla fine dello spettacolo Carolyn mi ha spegato come
sarebbe dovuto essere quello spettacolo.

La seconda che mi
preme ricordare è a Trieste al prestigioso Museo Revoltella. Abbiamo
fatto sempre BodyunTitled in mezzo alle opere d’arte. Situazione molto
suggestiva e affasciante. Ho dovuto fare le corse per portarmi dei fari
da casa perché i tecnici volevano dei soldi in più per portare a piedi
l’attrezzatura fino alla terrazza del museo poiché l’ascensore era
rotto. Giunto il direttore artistico sul luogo, per verificare cosa
stesse accadendo, si è lamentato con me perché non si può lavorare così.

Viva l’Italia, viva il popolo italiano.

Grazie Daša
Grgič, spero la Danza ci regali ancora un sacco di soddisfazioni.

L’abominevole donna delle nevi

Il bello e il brutto del teatro sta nell’impossibilità di dissociare i percorsi di crescita individuali e
di gruppo dalle storie che andremo a raccontare.

Finiti i primi entusiasmi iniziali tipici di chi si approccia ad una disciplina, la vera sfida per gli
allievi è stata di veicolare le energie verso impegno e consapevolezza.

L’abominevole donna delle nevi ci porta prepotentemente di fronte ad un quesito tanto semplice
quanto presente dentro ciascuno di noi: Chi siamo noi per giudicare?

Nella società che abbiamo edificato c’è molta prepotenza e arroganza che ci impedisce di
guardare agli altri senza il giudizio, ci impedisce di guardare gli altri per poterli conoscere e
incontrare.

Abo è una vittima di questa società, muore perché è diversa. E a molti sembrerà giusto così.

È stato un piacere per me giocare al Teatro con i giovani del secondo anno di corso del CUT
perché mi hanno saputo rammentare quanta vita ci sia nella necessità dell’uomo di raccontare le
storie.

Luca Quaia

Il Bottegaio

Sinceramente sono tra lo sbalordito e il rammaricato.
Sta succedendo qualcosa di molto triste nella mia città, e anche estremamente sottovalutato. Sì, sto parlando di questo ballottaggio.
Per l’ennesima volta assisto (lo ammetto, inerme) ad uno squallido teatrino a chi insulta meglio l’altro. Ovunque si susseguono ricordi e parole del passato di quanto è stato pessimo un sindaco o l’altro. Assisto silenzioso ai vari post in rete (spesso in triestino) che denigrano uno o l’altro candidato.
Me ne guardo bene dal dire che sono tutti uguali, non l’ho mai sostenuto in vita mia e mai lo sosterrò. Quello che mi rattrista è osservare lo squallore e la falsità delle parole che sento attorno a me. Quello che mi rattrista è accorgermi che il livello culturale delle persone, del dibattito pubblico e della politica è tremendamente sceso.

Si parla come se fossimo in bottega. E si tratta il fare politica come una cosa da bottegai.
Con tutto il rispetto e la nostalgia che ho per le botteghe, che una volta animavano la vita dei quartieri, credo che l’arte nobile del fare politica sia qualcosa d’altro, anche se sono consapevole che la politica è uno dei termometri più efficienti che ci siano per misurare con precisione come sta un paese.
Mi sono sempre occupato nella vita di cultura, e forse sempre lo farò, ma dentro di me, non riesco a mentirmi e sento la pesantezza di un profondo fallimento, non ho intenzione di nascondermi come il livello culturale di questa città e di questo paese stia drammaticamente scendendo.

In casa mia c’è un solo manifesto, uno solo, non ce ne sono altri. Enrico Berlinguer. Mi ha fatto paura e terrore chi l’ha usato nelle campagne elettorali recentemente. Enrico Berlinguer ha detto molti anni fa alcune cose importantissime che andrebbero fatte per rendere davvero civile un paese e queste cose non sono mai state fatte. Con lui le hanno dette anche personaggi della cultura come Giorgio Gaber o Fabrizio de André, Artisti che dicevano cose chiare, nette e semplici e soprattutto le dicevano senza schierarsi in giochi di partito. Oggi vedo solo artisti, o sedicenti tali, che si tuffano nei partiti avendo totalmente perso lo spirito critico e di ricerca culturale che dovrebbe animare la vita dell’arte e di ogni artista. Insomma non credo molto a questi artisti e a questo modo di fare cultura che sembra più coltivare interessi individuali o di convenienza. Insomma è come se i politici oggi fossero i Papi di un tempo, con la differenza che dall’altra parte non c’è né Michelangelo né Raffaello.

Mi chiedo seriamente cosa possa essere accaduto a questa città per poter desiderare nuovamente un sindaco profondamente ignorante.
Mi chiedo come il centro sinistra continui a usare la tecnica di demonizzare l’avversario che già troppe volte in passato è stata così controproducente.
Leggo a volte i giornali al mattino e già tremo a sentire i nomi che spuntano nella lotteria degli assessorati.
Tremo perché in questo momento si è disposti a tutto pur di prendere anche un solo voto in più.
Sembra proprio che ognuno abbia i suoi di bottegai, chi più chi meno. E pensare che c’è chi si è fatto il mazzo per prendere un sacco di voti…
Del resto è inevitabile, per aumentare l’audience bisogna abbassare il livello. O almeno così tutti fanno.

Ho avuto pochi veri maestri nella mia vita e uno di questi è stato sicuramente Leo de Berardinis. Mi ha insegnato che una cosa è fatta bene quando ogni singola persona, con il proprio grado di cultura dal più alto al più basso, può trovare in quella cosa il proprio livello di lettura e di poesia. Questa semplice regola dovrebbe valere un po’ per tutto. Abbassare il livello è proprio una scemenza.

Mi dispiace neppure questa volta mi vedrete schierato apertamente per uno o per l’altro così convinto come sono che preferirei dover scegliere una squadra e non un singolo. Mi sono sempre piaciute di più le squadre.

In bocca al lupo ad entrambi.
E che vinca il miglior bottegaio.

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